Se mi chiedessero quale canzone mi piacerebbe aver scritto non saprei cosa rispondere; Imagine? e perché non Street fighting man? e Bridge over troubled water? ma anche una canzone dalla musica abbastanza banale con un testo perfetto come I hope that I don’t fall in love with you voi non l’avreste voluta scrivere? e Perfect day, Space oddity, The dock of the bay cosa vi hanno fatto?
Ma se mi chiedessero, invece della canzone, l’album che avrei voluto scrivere, beh, che domande: Graceland.
Paul Simon realizzò questo disco con musicisti neri sudafricani in pieno periodo di apartheid e fu un evento non solo musicale, ma anche politico. So di non essere originale se dico che questo è il miglior album di Paul Simon e uno dei migliori in assoluto, tant’è che ha venduto più di quattordici milioni di copie; pazienza.
Il primo pezzo è The boy in the bubble, che Paul Simon ha scritto assieme a Forere Motloheloa, il fisarmonicista che introduce il brano. Come tutti gli altri pezzi, è stato inciso a Johannesburg e rifinito a New York. Paul Simon è figlio di un musicista, è stato in sala di registrazione fin da bambino e conosce alla perfezione tutte le tecniche da usare in studio, le sue produzioni sono minuziosissime e perfette.
Graceland è un brano dallo stile country cantato, oltre che da Simon, dagli Everly Brother, che hanno aggiunto le voci in studio a New York.
Dai ritmi e cori molto africani I know what I know, che Simon ha scritto assieme a General M.D. Shirinda, che canta assieme alle Gaza Sisters.
Ancora la fisarmonica in evidenza in Gumboots, scritto sempre con Forere Motloheloa e Lulu Masilela, al tamburino.
Con un coro in dialetto africano inizia Diamonds on the soles of her shoes, scritto assieme a Joseph Shabalala, lead vocal dei Ladysmith Black Mambazo. Grande finale con cori e fiati in evidenza.
You can call me Al è il mio pezzo preferito, il solo di penny whistle è suonato da Morris Goldberg, unico musicista bianco sudafricano del disco. Spassosissimo il video col gigantesco Chavey Chase che finge di cantare e col piccolo ebreo newyorkese che gli fa da spalla.
Under African Skies è di nuovo in stile country, a cantare con Simon sul disco c’è Linda Ronstadt, ma in concerto in Sudafrica con lui c’era la grande Miriam Makeba.
Homeless, scritto ancora con Joseph Shabalala, è un brano a cappella, cantato da Simon e i Ladysmith Black Mambazo mezzo in inglese, mezzo in dialetto africano. Registrato a Londra.
Cosa ha di tanto speciale questo disco? l’imprevedibilità: Paul Simon è un cantante essenzialmente folk, quindi ha sempre composto musiche con strofe e ritmi estremamente regolari e ripetitivi; i musicisti africani aggiungono tutta una serie di variabili e imprevisti che giovano incredibilmente al disco e lo rendono unico e, ahimè, difficilissimo da suonare: Mentre conosco perfino i respiri di tutti i pezzi di Simon and Garfunkel, che posso riprodurre senza eccessiva difficoltà, per me Graceland è proibitivo da suonare e da cantare; va da se che io non sono granché come musicista, ma non sono difficili gli accordi o le melodie, è difficile star dietro alle parole, alla musica; non so come spiegarlo, ma se provate a suonarlo ve ne accorgerete da soli. Un disco così dovrebbe far pensare che gli incontri fra culture diverse sono preziosi e che potrebbero dare risultati eccezionali. Vallo a far capire alla lega.
10.00 (CAPOLAVORO)
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