Quando, per qualche imponderabile motivo, viene fuori che non ho il televisore, la gente pensa che appartenga a qualche setta di fanatici o che sia impegnato in una specie di crociata o che so io.
Non è così. Non ho neppure l’asciugacapelli, ma sono quasi pelato, che me ne farei? Ecco, per me la televisione è un po’ come il phon: non mi serve. Però, mentre il phon non lo uso proprio mai, quando sono in casa di amici, parenti o affini la TV la guardo e la trovo interessantissima.
La cosa che mi piace di più è la pubblicità; anche se ogni tanto viene interrotta brevemente da inutili e insulsi programmi, cambiando canale la si può sempre trovare.
Il fatto di non essere esposto continuamente alle sollecitazioni televisive mi fa notare molte più cose di chi vi si è assuefatto gradualmente; è come incontrare un vecchio amico dopo vent’anni: ci si dice sempre “incredibile, non sei cambiato per nulla”, ma non è vero.
Il periodo nel quale sono più esposto al battage televisivo sono le feste di natale (con i tuoi). Un tempo una gradita pausa dagli obblighi scolastici, oggi cominciano a girarmi i coglioni a partire dalla prima domenica dell’avvento, ma non tutto il male viene per nuocere: una settimana col cervello in folle è riposante e, davanti alla TV, ho intuizioni che uno studente del DAMS neppure si sogna in tutti gli anni di corso.
Com’è dunque cambiata la pubblicità da Carosello a oggi?
Negli anni ‘50 e all’inizio degli anni ’60 i prodotti erano pubblicizzati per lodare le loro qualità: il detersivo che lava più bianco, il biscotto o addirittura la caramella più nutriente, l’elettrodomestico che dura più a lungo, la bibita più dissetante, il dado più buono e così via.
Verso la fine degli anni ’60 la pubblicità comincia a cambiare e inizia ad agire sul piano simbolico. Il sesso acquista più peso e la parola d’ordine è “giovane”: l’acqua che mantiene giovane, il dentifricio dal gusto giovane, l’auto giovane, ecc. il prodotto non è più venduto per le sue qualità intrinseche, ma perché è una sorta di oggetto mediatore che ti permette di far parte di un’élite. Ciò non toglie che continuino a essere pubblicizzate cose utili (l’indispensabile, ovviamente, non ne ha bisogno), anche le cose superflue sono pubblicizzate, ma per le loro qualità positive: fra i liquori, per esempio, spadroneggiano gli amari: l’amaro medicinale, il liquore a base di carciofo, la china, i liquori d’erbe, immancabilmente distillati con la ricetta di qualche gaio fraticello, il che garantiva anche l’imprimatur della chiesa, allora potente quasi quanto oggi. Quindi bevendo questi liquori si favoriva la digestione, il benessere del fegato, la calma interiore (contro il logorio della vita moderna) e si poteva andare pure in paradiso.
Negli anni ’80 la pubblicità si sbraca e porta inesorabilmente verso la situazione attuale: tutti ormai hanno l’indispensabile, tutti hanno l’utile, non rimane che pubblicizzare il superfluo. Il sesso ha ormai una parte primaria nell’immaginario del compratore; il noto motto cartesiano “cogito, ergo sum” potrebbe essere parafrasato in “compro, quindi scopo”. Non pensiate che io stigmatizzi questo modo di vendere: il sesso è il solo modo che ha l’uomo per perpetuare la propria specie, è ovvio che si pensi di far leva su un istinto tanto forte.
Preoccupante, infatti, è la pubblicità degli ultimissimi tempi nella quale il sesso ha un peso molto minore e il superfluo è affiancato dall’inutile, se non dal dannoso; badate bene, vengono ancora pubblicizzate poche cose utili, ma per funzioni accessorie alle proprie intrinseche utilità. Per esempio, i prodotti che vengono pubblicizzati di più in assoluto sono le auto e i telefoni, ma dei telefoni si dice tutto fuorché che servono a telefonare: fanno le foto, fanno l’oroscopo, cantano in coro l’internazionale, gestiscono una bisca clandestina in Costa Smeralda, si ubriacano al suono delle campane di Notre Dame, ma mai che ti dicano che servono anche per telefonare. Le macchine hanno una sorte analoga: la cosa che più viene lodata di un’autovettura è la velocità. Ma mi dite cosa cazzo se ne fa uno di una macchina che fa i duecentottanta quando il limite di velocità nelle zone urbane è 50, nelle strade extraurbane 70, nelle superstrade 90 o 110 e in autostrada 130? altra cosa, avete notato che fanno vedere sempre le auto che sfrecciano solitarie su strade lisce come un tavolo da biliardo mentre in realtà quando si monta in macchina si sta in fila dal primo all’ultimo chilometro e le strade sono talmente dissestate che i dissuasori ci fanno un baffo?
Ma dovevamo parlare di questo cofanetto che ripropone i caroselli dal 1957 in poi, lodevole iniziativa del gruppo la Repubblica – L’espresso, che esce ogni sabato anche col Tirreno a 8 € e 90.
Il primo numero è uscito sabato 7 giugno, ossia ieri; parlerò intanto di questo, proponendomi di aggiornarmi ogni volta che esce un nuovo DVD, poiché mi pare opportuno far conoscere questa iniziativa da subito anche a quelli che, per qualsiasi motivo, la ignorassero.
Il primo disco ripropone i caroselli dal 1957 al 1963. Devo ammettere che le pubblicità dei primi due anni non le ricordo per nulla (avevo meno di tre anni), ma ci sono interpreti di prim’ordine: Tognazzi e Vianello, Dario Fo e Franca Rame, Macario, Renato Rascel, impegnati a pubblicizzare, nell’ordine, un detersivo, una margarina, un borotalco e un dado.
Il primo cartone animato è del 1959 e è Ulisse e l’ombra, réclame del caffè Hag, con l’omino incazzosissimo che si rilassa dinanzi alla tazza di caffè decaffeinato. Poi ci sono Caio Gregorio, er guardiano der Pretorio, Pecor Bill, di Benito Jacovitti, Toto e Tata, per i quali non ho mai stravisto, Strani Mondi, réclame delle caramelle Elah, Salvador el matador, Olivella e Maria Rosa e il mitico Calimero nella sua primissima storia, quando addirittura non diceva ancora “Eh, che maniere, qui fanno tutti così perché loro sono grandi e io sono piccolo e nero, è un’ingiustizia però.”
Negli anni ’60 il cartone animato prenderà il sopravvento sugli attori, anche perché gli attori, facendo anche cose diverse dalla pubblicità, non potevano essere abbinati esclusivamente al prodotto, cosa che era invece implicita col cartone. Comunque gli interpreti erano il meglio del panorama artistico di allora: Gassman, Calindri, che nel ’58 faceva la pubblicità della China Martini con Paolo Volpi, passerà poi al Cynar (che nel ’62, invece, era pubblicizzato da Carlo Campanini), mantenendo alto il tasso alcolico. Poi ci sono Virna Lisi, Sandra Mondaini, Mario Riva, Enrico Vairisio e Lia Zoppelli nella famosa pubblicità della Alemagna, recitata in rime di otto sillabe come le odi manzoniane, e non era un caso raro; le pubblicità in rima erano piuttosto frequenti (anche Caio Gregorio, il Caballero Misterioso, ecc.) perché aiutavano a rammentare lo slogan relativo al prodotto. C’è Carlo Dapporto col suo Agostino, che uno dei casi di attori che sono rimasti fedeli al proprio prodotto per anni, nel caso di Dapporto si trattava di un dentifricio. E Aldo Fabrizi, bigliettaro del tram, Nino Manfredi, ladro sfigato, Nicola Arigliano e le sue scommesse. Tutti impegnati in quei siparietti basati sempre sul medesimo canovaccio con finali diversi che sembrano essere alla base del cabaret degli anni immediatamente successivi.
Buoni anche gli speciali con interviste agli attori, registi, animatori e quant’altro; una sezione tutta sui cartoni animati con numerose interviste ai cartoonist dei caroselli e un prezioso intervento del professor Eco intervistato da Enza Sampò (poi nacque del tenero fra i due); una sulle canzoncine (i jingle si direbbe oggi) che promuovevano il prodotto e una sui caroselli come venivano proiettati al cinema, prima dell’inizio degli spettacoli.
Non è solo un tuffo nella nostalgia per le generazioni che andavano a letto dopo Carosello, è anche un’occasione per vedere all’opera una creatività straordinaria che esisteva allora e che non si sa che fine abbia fatto.
Secondo disco, dal 1964 al 1970.
Come avevamo già detto, i cartoni animati sono di più, se nel primo disco erano otto ora abbiamo l’Omino coi Baffi, Lancillotto, el Caballero Misterioso, il Pianeta Papalla, Topo Gigio (che, a rigore, è un pupazzo animato), Unca Dunca, Billo e Tappo, Andrea e Oracolo di tacabanda, Capitan Trinchetto, La linea, I briganti mattacchioni, Salomone, pirata pacioccone (testi di Francesco Guccini, disegni di Bonvi), una cosa strana fatta mezzo a disegni tipo Yellow Submarine mezzo filmati e Gringo che sono foto montate come fossero un cartone animato.

Altra peculiarità è che gli attori ripresentano nei caroselli i loro personaggi, p.e. Gino Cervi e Fernandel rammentano i loro film di Peppone e don Camillo, Franca Valeri fa la centralinista come in una trasmissione che mi pare fosse Studio uno, ma non ci potrei giurare, Tiberio Murgia, sardo e comunista, ripropone Ferrybotte, siciliano e tradizionalista, il personaggio che lo aveva reso noto nei Soliti ignoti di Mario Monicelli.
È ovvio che le pubblicità raccolte nei dischi non siano esaustive, però, siccome è stata fatta una selezione delle réclame più significative dell’epoca, e mi sembra che tutto sommato sia stata fatta una buona scelta, prenderemo i dischi a parametro del settennio che raccontano.
Quindi confronteremo adesso i prodotti reclamizzati, i risultati sono i seguenti: primo disco, i prodotti alimentari sono i più numerosi; i dolciumi (panettone, caramelli, merendine, cioccolatini) sono cinque; gli altri alimenti (dado, formaggi, olio) cinque. Fra le bevande i superalcolici sono la maggioranza, quattro e un caffè. I prodotti per il corpo (dentifrici, borotalco, brillantina) sono quattro. Fra i prodotti per la casa i detersivi sono in testa, tre, mentre viene pubblicizzato un solo elettrodomestico, un televisore. Ci sono ben tre pubblicità di vestiario e due da inserire nella categoria “altre” oppure “farmaceutici”: una purga e un digestivo.
Nel secondo disco i prodotti alimentari sono sempre i più gettonati: dolciumi quattro, altri alimenti sette, superalcolici tre, le bibite (assenti nel primo settennato) sono ben quattro (due acque minerali, mentre prima si beveva l’acqua del rubinetto, una birra e gli sciroppi), due i caffè. Netto aumento dei prodotti per la casa, cinque fra detersivi, cere e lucidamobili, un bruciatore per riscaldamento, sei elettrodomestici. Due i prodotti per l’abbigliamento e un’enciclopedia. Scompaiono i prodotti per il corpo.
Più che una differenza sostanziale nei numeri (direi che l’unica tendenza che ne vien fuori è meno cura del proprio corpo più cura della propria casa) è il tipo di messaggio pubblicitario a cambiare, un po’ quello che dicevo all’inizio: se prima le caramelle Elah venivano pubblicizzate perché erano nutrienti e facevano crescere alti e forti, gli sciroppi Fabbri si bevono semplicemente perché sono buoni. Se il Cynar era la bevanda che fa bene al fegato, la Vecchia Romagna etichetta nera è il brandy “che crea un’atmosfera”. Se le tre réclame di prodotti di vestiario dei caroselli precedenti tenevano caldo, rimane solo Gino Bramieri a pubblicizzare una maglietta della salute bella calda, l’altra pubblicità è delle calze Sì-Sì. Se prima veniva pubblicizzato il caffè Hag perché senza caffeina e quindi meno dannoso, ora un caffè “musica è”, uno “el palato te conquista”. L’olio era pubblicizzato perché buono e nutriente ora lo è perché “nutre e non ingrassa”, quindi ci sono già problemi di sovrappeso.
Il bello, il buono, il comodo si sostituiscono all’utile e al benefico, evidente segno che la società sta diventando opulenta e si può cominciare a permettersi più del necessario. Da qui ad arrivare all’inutile il passo è stato meno breve di quanto potesse essere prevedibile, ma c’è stato.
Terzo disco, dal1971 al 1977. Cominciamo col veder quali tipi di prodotti sono pubblicizzati nella prima metà degli anni ’70.
Lieve flessione degli alimentari, solo tre dolciumi, cinque gli altri alimenti, fra i quali spadroneggiano i crackers, tre analcolici, ben cinque superalcolici, nessun caffè. Tornano i prodotti per il corpo, tre, prodotti per la casa quattro, due elettrodomestici, quattro le réclame dei prodotti per abbigliamento, compaiono i mezzi di locomozione con la mitica vespa, con una pubblicità stile Easy rider, e un digestivo. Come numeri sembra di essere tornati ai primi anni ’60.
Le scenette delle pubblicità risentono dell’epoca: più attenzione all’ambiente, all’alienazione, la solitudine. Non me lo ricordavo e mi pare un fenomeno notevolissimo: se per vendere un prodotto una ditta, che normalmente tira solo a far soldi, è costretta a dire che il suo prodotto salvaguarda l’ambiente o cose simili , significa che la mentalità dell’uomo medio è orientata in quel senso, beh, non è mica da poco. Inutile dire, gli anni ’70 si distinguono anche in Carosello.
Altra caratteristica, c’è tantissimo sport, soprattutto calcio, c’è Pelè che reclamizza un deodorante, Gianni Brera che ragiona di partite storiche, ma anche ciclisti, pugili e tennisti, cosa possa significare, però, non lo so.
Anche i cartoni animati si modificano, non sono più le semplici figure disegnate, vengono usati altri mezzi e materiali, p.e. la plastilina, fotografata nelle diverse fasi della lavorazione, la figura umana fotografata e animata come fosse un disegno con sfondi disegnati, animazioni con figure non caricaturali, ma ci sono anche i cartoni classici come Ser Cuorleone, il Marziano, Guardacampo, Miguel son mi, il Gigante Amico e Jo Condor, Mariarosa e Cimabue (fai una cosa, ne sbagli due).
Da segnalare negli speciali, fra i caroselli al cinema, una serie di pubblicità dello Stock 84 realizzata da Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Vianello sarà anche un reazionario, ma è una delle persone più buffe che abbia mai visto.
Quarto e ultimo disco dedicato agli eroi di Carosello. Trovano posto alcuni esclusi eccellenti e ci sono tre bis: Jo Condor, il doppio Frabrizi (effettivamente una delle cose migliori viste a Carosello) e Calimero.
Ecco il consueto elenco dei cartoni: Concilia? il Draghetto, Babbut, Mammut e Figliut, Fido Bau, gli Amici di Gioele, Fefè, Svanitella e Riccardone, oltre ai già citati Jo Condor e Calimero.
Un’altra cosa che non avevo mai notato è il crossover, molto comune nei caroselli. Un esempio: le gemelle Kessler, che già fanno la pubblicità delle calze sono anche nel cartone animato del vigile del brodo Lombardi, che chiede sempre di conciliare, dove dicono di avere fatto Studio Uno, la loro trasmissione del sabato sera. Di solito è la televisione che cita se stessa, ma spesso anche il cinema e la canzone sono tirati in ballo. Forse la questione dei diritti era meno casinosa di oggi.
Che dire, dunque, alla fine? una buona scelta, che non si è limitata a riproporre alcune scenette, ma che dà anche un’idea del divenire della pubblicità.
Se al gruppo la Repubblica – L’espresso dovesse venire in mente di fare un’altra serie o semplicemente un disco a integrazione, esprimo i miei Desiderata, per poter rivedere alcuni personaggi che mancano: innanzitutto Angelino e Vitaccia Cavallina, poi il Mestro Bombardone, che vi presenta una bella canzone; Gatto Silvestro e Titti (oh, no, su De Rica non si può); la Rèclame del Fernet Branca con Claudio Rocchi; il Superfaust con Mario e Pippo Santoanastaso; Scarpinante de’ Camminatori con Gianni Magni; Buc il Bucaniere; Gianciotto e Giantarlo e, se mi dovesse venire in mente qualcos’altro, mi riservo d’integrare l’elenco.
10.00 (Cult)
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