William Hartnell è stato il primo dei nove (per ora) dottor Who; un vecchino dai lunghi capelli candidi, con la nipotina Susan al seguito, che cerca di tornare al pianeta di origine, ma i continui malfunzionamenti del Tardis lo fanno vagare fra passato e futuro assieme a due insegnanti di Susan,
capitati accidentalmente nella cabina telefonica della polizia che va e viene fra le più svariate dimensioni spazio temporali.
Mentre la serie è famosissima in Inghilterra, tanto che ne esiste pure una versione a fumetti (alcune delle sceneggiature le ha scritte anche Alan Moore) e ci sono francobolli commemorativi coi Dalek, da noi è semisconosciuta e alla TV italiana, se non erro, sono passati solo gli episodi del quarto dottore. Questa prima serie in bianco e nero non era stata doppiata in italiano prima d’ora, rappresenta per noi, quindi, una novità assoluta.
È curioso vedere quest’opera di quarantacinque anni fa, quando le tecniche di ripresa e gli effetti speciali non erano lontanamente paragonabili alle perfette realizzazioni di oggi; si vedono subito i trucchi e alcune cose ci sembrano inguaribilmente ingenue, ma le storie reggono. È un po’ come leggere La macchina del tempo o La guerra dei mondi, rimangono libri stupendi anche se risalgono a oltre un secolo fa.
Fra tutti gli episodi i migliori sono quelli dei Dalek, che occupano due dei quattro dischi. I Dalek sono creature che si sono evolute sino a diventare un enorme cervello e poco altro, si sono costruite una corazza di metallo attraverso la quale si muovono, afferrano gli oggetti con uno sturalavandini e vedono attraverso un obiettivo di macchina fotografica (non sto scherzando, è vero, negli speciali viene spiegato come furono costruiti i quattro Dalek che, visto che erano tutti uguali, venivano spostati in zone diverse del set per dare l’impressione che fossero tanti.
Le altre due storie sono ambientate fra i cavernicoli durante la scoperta del fuoco e nel Catai di Marco Polo. Purtroppo l’ultimo episodio della storia di Marco Polo è andato perduto; è rimasto il doppiaggio che viene proposto nel quarto disco assieme alle foto dell’episodio.
Una cosa che si nota è come gli episodi finiscano sempre sul più bello, che era uno stratagemma di tutte le serie televisive dell’epoca (ricordate Belfagor o I compagni di Baal?), ma anche dei fumetti. Chi segue, p.e. Tex da sempre ricorderà che le storie non finivano mai con l’albo, finivano dieci pagine prima, iniziava un’altra storia che, a sua volta, finiva immancabilmente durante un assalto alla diligenza, una sparatoria o qualcosa di simile. Ignoro come si siano evolute (o, più probabilmente, involute) le serie televisive, anche se so che il nono dottor Who finisce la storia in un’unica puntata, raramente in due, ma conosco bene i fumetti che ormai si concludono in un unico albo (Tex rimane l’unico con storie di due o tre albi), ma tutti gli altri rarissimamente si concludono in due puntate e, in ogni caso, finiscono sempre alla fine dell’albo (Tex incluso). Da cosa dipende questo cambiamento? Boh, per la televisione forse è più ovvio, avendo oggi a disposizione decine di canali contro l’uno o due degli anni ’60 è già tanto che uno veda una puntata per intero di qualsiasi cosa; per i fumetti lo capisco meno, ma tanto mica si parla di fumetti in questa sede.
Il dottor Who non è un viaggiatore nel tempo per mestiere, come nella nona serie , della quale abbiamo già parlato; è un extraterrestre che fa funzionare come può il suo Tardis, ma il più delle volte sbaglia qualcosa e si ritrova sempre dove non vorrebbe. Sicuramente è più coerente e di maggior effetto l’ultimo dottore, ma il primo ha il fascino dell’antico e si perdonano la recitazione enfatica (più da teatro che da set televisivo), le incoerenze e gli sturalvandini; poi, come ho già detto, le storie sono belle e tanto basta.
Infine, mentre nei dischi dell’ultima serie gli speciali in pratica non esistono, in questa prima serie ce ne sono parecchi e tutti interessanti anche da un punto di vista storico: un’epopea della televisione agli esordi.
8.50 (Cult)
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