Léo Malet (1909-1996) a sedici anni debutta come chansonnier alla “Vache enragée”, poi farà molti altri lavori prima di diventare uno dei fondatori del noir francese. Nel 1943 scrive 120, Rue de la Gare, il primo libro che ha come protagonista il detective privato Nestor Burma, capo dell’agenzia “Fiat lux”, che tornerà in un’altra quarantina di libri.
Jacques Tardi è uno dei più noti disegnatori francesi e, fra le molte altre cose che ha fatto, dal 1982 al 2000, ha disegnato alcuni romani di Malet; questo è il primo pubblicato in Italia per i tipi della Rizzoli, nella collana della BUR (24/7) che ha già in catalogo parecchie opere pregevoli di graphic novel.
120, Rue de la Gare inizia con Burma prigioniero di guerra dei nazisti. È alto, magro, ha due enormi orecchie a sventola e la pipa perennemente in bocca.
Nello Stalag XB arriva un nuovo prigioniero, molto malridotto, che ha perso la memoria; solo poco prima di morire sembra recuperare i suoi ricordi e fa in tempo a mormorare a Burma un indirizzo: 120, Rue de la Gare.
Una volta tornato dalla prigionia, a Lione, Burma s’imbatte per caso in Bob, un suo collaboratore, che viene ucciso appena sta per parlargli; Bob fa in tempo a pronunciare un indirizzo: 120, Rue de la Gare.
A questo punto, trattandosi di un Noir, sarei una vera carogna se andassi avanti.
Si tratta di un poliziesco scritto con uno stile abbastanza vicino all’Hard boiled, non fosse che i francesi hanno un senso dell’umorismo che i modelli d’oltreoceano (perché è fuori dubbio che Malet si sia ispirato ai polizieschi nordamericani) non hanno.
Inutile dire che i disegni sono stupendi, in un bianco e nero cinematografico; particolarmente riuscita la rappresentazione della Francia occupata; cartelli in tedesco, scritte antinaziste, i manifesti dell’infame maresciallo Pétain.
Diciotto euro ben spesi.
10.00 (Grande)
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