101 storie zen

Anno 1971
Editore Adelphi
Scrittore a cura di Nyogen Senzaki e Paul
Personaggio
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Leggi recensione di LaVeronica Spirituale 8.50 90
Leggi recensione di Grandepuffo Ad majorem gloria dei 8.00 411

Questa raccolta, che risale al 1939, ebbe un clamoroso successo negli anni settanta; ricordiamo il fascino che esercitava in quel periodo la cultura orientale, in particolare per il movimento hippy.

Come ogni hippy che si rispettasse, anch'io aveva lo mia copia; ricordo ancora la copertina arancione del libro dell'Adelphi, che prestai, non ricordo più a chi, che non me lo ha restituito, e ora non l'ho più, ma l'ho ritrovato in rete.

Come hippy ero molto del mio genere; già le camicie a fiori e i calzoni a zampa di elefante mi garbavano poco, le droghe non sono mai riuscite ad appassionarmi, seppure apprezzassi l'odore della marijuana, figuriamoci il libero amore, ché da noi c'erano le femministe, che erano cattivissime; era naturale che neppure le filosofie orientali fossero il mio forte.

Coi racconti zen andava un po' meglio, perché a volte mi ricordavano i nonsense inglesi e mi facevano ridere.

Non vorrei, però, insozzare col mio punto di vista materialista occidentale la sublime filosofia cinese, importata, come molte altre cose in Giappone, dalla Cina e raccolta da Senzaki e Reps; trascrivo, quindi alcune storie che giudico esemplari e ognuno ne trarrà le proprie impressioni.

 

Nan-in, un maestro giapponese dell'era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n'entra più!».
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».

 

Quando aveva ormai più di sessant'anni e stava per lasciare questo mondo, Eshun, la monaca Zen, pregò alcuni monaci di fare una catasta di legna nel cortile.
Poi si sedette risolutamente nel mezzo della pira funebre e ordinò che vi appiccassero il fuoco tutt'intorno.
«O sorella!» gridò un monaco «c'è caldo, lassù?».
«Soltanto uno stupido come te potrebbe preoccuparsi di una cosa simile» rispose Eshun.
Le fiamme divamparono e lei morì.

 

Subhuti era discepolo di Buddha. Era capace di capire la potenza del vuoto, il punto di vista che nulla esiste se non nei suoi rapporti di soggettività e di oggettività. Un giorno Subhuti, in uno stato d'animo di vuoto sublime, era seduto sotto un albero. Dei fiori cominciarono a cadergli tutt'intorno.
«Ti stiamo lodando per il tuo discorso sul vuoto» gli mormorarono gli dèi.
«Ma io non ho parlato del vuoto» disse Subhuti.
«Tu non hai parlato del vuoto, noi non abbiamo udito il vuoto» risposero gli dèi «Questo è il vero vuoto». E le gemme cadevano su di lui come una pioggia.

 

L'imperatore Goyozei studiava lo Zen con Gudo. Gli domandò: «Nello Zen questa mia mente è Buddha. È giusto?».
Gudo rispose: «Se ti dico di sì, tu crederai di capire senza aver capito. Se ti dico di no, negherei un fatto che molti capiscono benissimo».
Un altro giorno l'imperatore domandò a Gudo: «Dove va l'uomo illuminato quando muore?».
Gudo rispose: «Non lo so».
«Perché non lo sai?» chiese l'imperatore.
«Perché non sono ancora morto» rispose Gudo. L'imperatore esitava a fare altre domande su queste cose che la sua mente non riusciva a comprendere. Così Gudo batté la mano a terra come se volesse svegliarlo, e l'imperatore fu illuminato!
Dopo l'Illuminazione l'imperatore rispettò più che mai lo Zen e il vecchio Gudo, e permetteva persino che d'inverno, al palazzo, il maestro tenesse il cappello in testa.
Quando aveva ormai più di ottant'anni, Gudo soleva addormentarsi nel mezzo della lezione, e allora l'imperatore se ne andava silenziosamente in un'altra stanza, così che il suo amato maestro potesse godersi il riposo di cui il suo vecchio corpo aveva bisogno.

 

Tangen studiava con Sengai sin da bambino. Arrivato a vent'anni, voleva lasciare il suo insegnante e vederne degli altri per fare uno studio comparativo, ma Sengai non gliene dava il permesso. Ogni volta che Tangen accennava al suo proposito, Sengai gli dava un colpo sul capo.
Finalmente Tangen chiese a un confratello più anziano di convincere Sengai a dargli il permesso. Il confratello lo fece e poi riferì a Tangen: «È tutto a posto. Ho combinato che tu parta subito per il tuo pellegrinaggio».
Tangen andò da Sengai per ringraziarlo del permesso. Il maestro rispose dandogli un altro colpo.
Quando Tangen ne parlò al confratello più anziano, questi disse: «Ma che succede? Sengai non ha il diritto di dare il permesso e poi di cambiare idea. Voglio proprio andare a dirglielo». E andò a parlare con l'insegnante.
«Non mi sono rimangiato la mia parola» disse Sengai. «Ho voluto soltanto dargli un ultimo scappellotto, perché al suo ritorno sarà illuminato e non potrò più punirlo».

 

Hakuin soleva parlare ai suoi allievi di una vecchia che aveva una sala da tè, lodando la sua conoscenza dello Zen. Gli allievi non volevano credere alle sue parole e andavano nella sala da tè per accertarsene di persona.
Non appena li vedeva arrivare, subito la donna domandava se fossero venuti per prendere il tè o per sondare la sua comprensione dello Zen. Nel primo caso, li serviva con garbo. Nel secondo, faceva segno ai giovani di seguirla dietro il suo paravento. Non appena quelli obbedivano, lei li colpiva con un attizzatoio.
Nove allievi su dieci non sfuggivano a quella punizione.

Lascio per ultima questa storia di proposito, perché conferma la mia convinzione dell'unicità della razza umana:

Qualunque monaco girovago può fermarsi in un tempio Zen, a patto che sostenga coi preti del posto una discussione sul Buddhismo e ne esca vittorioso. Se invece perde, deve andarsene via.
In un tempio nelle regioni settentrionali del Giappone vivevano due confratelli monaci. Il più anziano era istruito, ma il più giovane era sciocco e aveva un occhio solo.
Arrivò un monaco girovago e chiese alloggio, invitandoli secondo la norma a un dibattito sulla sublime dottrina. Il fratello più anziano, che quel giorno era affaticato dal molto studio, disse al più giovane di sostituirlo. «Vai tu e chiedigli il dialogo muto» lo ammonì.
Così il monaco giovane e il forestiero andarono a sedersi nel tempio.
Poco dopo il viaggiatore venne a cercare il fratello più anziano e gli disse: «Il tuo giovane fratello è un tipo straordinario. Mi ha battuto».
«Riferiscimi il vostro dialogo» disse il più anziano.
«Be',» spiegò il viaggiatore «per prima cosa io ho alzato un dito, che rappresentava Buddha, l'Illuminato. E lui ha alzato due dita, per dire Buddha e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci, che vivono la vita armoniosa. Allora lui mi ha scosso il pugno chiuso davanti alla faccia, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una sola realizzazione. Sicché ha vinto e io non ho nessun diritto di fermarmi». E detto questo, il girovago se ne andò.
«Dov'è quel tale?» domandò il più giovane, correndo dal fratello più anziano.
«Ho saputo che hai vinto il dibattito».
«Io non ho vinto un bel niente. Voglio picchiare quell'individuo».
«Raccontami la vostra discussione» lo pregò il più anziano.
«Accidenti, non appena mi ha visto lui ha alzato un dito, insultandomi con l'allusione che ho un occhio solo. Dal momento che era un forestiero, ho pensato che dovevo essere cortese con lui e ho alzato due dita, congratulandomi che avesse due occhi. Poi quel miserabile villano ha alzato tre dita per dire che tra tutti e due avevamo soltanto tre occhi. Allora ho perso la tramontana e sono balzato in piedi per dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita».

 

Questa stessa storia ho trovato nel Libro de Buen Amor, un testo medioevale spagnolo. Lì la tenzone era fra greci e romani; i greci erano saggi, i romani illetterati, ma, come nella storia zen, riescono a vincere. Non sto a fare la traduzione, anche perché l'originale è scritto in alessandrini rimati con emistichi di sette sillabe, ne verrebbe fuori una schifezza; riassumendo: il saggio greco mostra un dito e il romano ne mostra tre, il greco mostra il palmo della mano e il romano mostra il pugno chiuso. Il romano ha vinto. Le spiegazioni del greco sono queste: un dito significava "Dio è uno", le tre dita la trinità; il palmo aperto per indicare che tutto è volontà di Dio, il pungo chiuso che Dio tiene nel suo pugno il mondo. Per il romano, invece, il greco con un dito lo minacciava di cavargli un occhio e lui, allora gli risponde, con tre dita, di cavarglieli tutti e due e di rompergli anche i denti col pollice, allora il greco lo aveva minacciato di schiaffeggiarlo, al che aveva risposto che lo avrebbe preso a pugni.
Molto simile, quindi, alla lezione zen. Nelle note al Libro troviamo scritto che la fonte di questa storiella è il De origine iuris di Accursio, che ho cercato a lungo, ma invano.
Ma non finisce qui; la stessa storia me l'hanno raccontata come barzelletta. Siccome me l'hanno raccontata a Livorno è un tantino più volgare, ma neanche tanto. Concluderei con la barzelletta.

In un piccolo contado ci sono due conventi, uno di domenicani e uno di francescani. Siccome i fedeli sono pochi e la diocesi non ha risorse, il vescovo decide che ne rimarrà uno solo. Per decidere chi deve restare i due ordini eleggeranno un rappresentante per ogni convento, che terranno una tenzone teologica a gesti.
I domenicani si riuniscono e, dopo aver invocato l'aiuto di Dio, eleggono all'unanimità il più colto e più saggio fra di loro. I francescani, che sono frati ignoranti, non sanno che pesci prendere, nessuno vuol partecipare alla tenzone, alla fine obbligano uno fra i frati più ignoranti e beceri a rappresentarli.
Il giorno della tenzone arriva; in presenza del vescovo i due campioni si fronteggiano. Il domenicano mostra una mela; il francescano toglie dalla tasca un pezzo di pane. Il domenicano mostra un dito, il francescano ne mostra due, il domenicano tre, il francescano fa il gesto dell'ombrello. Il domenicano sbianca: ha perso.
La sera, nel convento domenicano, i frati, mesti, chiedono spiegazioni al confratello. "Prima ho mostrato una mela per significare 'l'uomo è peccatore', lui ha mostrato il pane, che significa 'ma Cristo lo ha riscattato col suo sacrificio'. Poi ho detto 'Dio è uno' e lui ha risposto, mostrando due dita, 'oltre a Dio Padre c'è il Figlio', allora io ho detto 'non dimentichiamo lo Spirito Santo' e lui ha risposto con un gesto che non ho capito ... consulterò i testi dei Padri della Chiesa, forse troverò una risposta."
Nel convento dei francescani, invece, è festa grande; nel bel mezzo della baldoria, fra vino e risate, uno chiede al frate vincitore: "Ma ci dici come hai fatto a vincere?"
"Mah," risponde lui, "prima mi ha fatto 'hai fame? vuoi una mela?' e io ho risposto 'no, grazie, ho il pane', allora se ne deve essere avuto a male perché mi ha fatto 'e io t'infilo un dito in un occhio' e io gli ho risposto 'e io ti ce ne ficco due' e lui ha fatto 'e io tre', allora gli ho risposto 'e io ti vo' in culo perché ho due occhi soli."


8.00 (Ad majorem gloria dei)

Grandepuffo
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