L'ubriaco
| Anno | 1984 |
|---|---|
| Editore | PCI Editore |
| Scrittore | Marco Zenziglio
|
| Personaggio | L'io narrante
L'ubriaco |
Vorrei proporre due brevi racconti del mio amico Marco Zenziglio, del quale ho già pubblicato, col suo permesso, sul nostro sito due storie più lunghe con Sherlock Holmes come protagonista. Trovo che le storie brevi siano più adatte alla lettura in rete, perciò gli ho chiesto due racconti molto brevi che lui, gentilmente, come sempre, mi ha inviato e permesso di divulgare "tanto cose del genere, nessuno se la menerà a copiarle", mi scrive nella mail di accompagnamento.
Sono d'accordo, anche perché si tratta di due divertissement senza senso che, però, trovo simpatici.
Il primo racconto è veramente terra terra; ci sono battute scontate, la storia non è nulla di che, ma ne ho apprezzato la descrizione della bettola e dell'ubriaco. Sembra un quadro d'interno fiammingo o forse fiammingo no; boh, un quadro mi sembra, comunque.
L'ubriaco
Quando, appena scesi dal treno, si sente l'altoparlante annunciare "Treno espresso per Roma è pronto in partenza al binario cinque" (e mettiamo che si debba andare proprio a Roma) vien da dire: "Ma che coincidenza!"
Ebbene, il giorno (o meglio la notte) di cui voglio raccontare, non andò così, perché il treno da Torino aveva accumulato un ritardo tale che la mia coincidenza se n'era partita senza di me, che dovevo rimanere alla stazione di Genova Brignole, al gelo dicembrino, per quattro ore, in attesa di un treno che mi riportasse a casa.
Mi ripugnava l'idea di passare quattro ore nella sala d'attesa della stazione e faceva troppo freddo per star fuori; l'idea di passare la notte a Genova era fuori di discussione perché l'indomani mattina dovevo recarmi a un appuntamento molto per tempo. Fortunatamente, mi sovvenni, non troppo lontano dalla stazione, c'erano alcune bettole accoglienti che avevo bazzicato da giovane. Uscii, cercai il tunnel che mi faceva da punto di riferimento, lo vidi sulla sinistra, e mi avviai a passo sicuro.
Riconobbi la bettola, scesi gli scalini ed entrai. Mi sentii investire da un caldo puzzo di vino e tabacco e anche da un profumo che mi tornava alla memoria da un tempo, ahimè, lontano: profumo di marijuana. Che volete, io in fondo sono un sentimentale, mi vennero le lagrime agli occhi e, invece di liberarmi del cappotto, mi misi le mani sotto le ascelle e mi strinsi come allora, al tempo dei miei sedici anni.
Andai al bar, chiesi un doppio rum caldo e lo sorseggiai, appoggiato con un gomito al banco e guardando verso la sala. Mi colpì un tipo seduto solo, con una bottiglia di gin, semivuota, sul tavolo. Sul suo stato di ebbrezza non v'erano dubbi: i suoi movimenti lenti, lo sguardo che sembrava andare al di là degli oggetti e delle persone. Avevo molto tempo e ebbi voglia di sapere perché si riducesse in quello stato. Mi avvicinai e, sapete, io non sono buono ad attaccar bottone.
- Posso sedere qui? - dissi - gli altri posti sono occupati ... -
Lui assentì, poggiando il mento sul petto. Sedetti.
Silenzio.
Notai i suoi avambracci completamente tatuati e pensai di attaccar discorso sui tatuaggi, e invece dissi: - Sono arrivato ora da Torino e il mio treno era così in ritardo che la coincidenza è partita; così, fino alle tre, devo starmene qui ad aspettare.
- Ah. - Fece lui, e si versò un altro bicchiere di gin. Nel portarlo alla bocca, qualcuno lo urtò da dietro e caddero alcune gocce dal bicchiere sul tavolo, che lui asciugò con la manica rimboccata di una camicia un tempo bianca.
Finii il mio rum e ne ordinai un altro. - Fa molto freddo fuori, - spiegai - bere mi scalda.
- Hmm. - Fu la risposta.
- Anche tu bevi molto. - Insistetti.
Lui assentì col capo.
- E come mai?
- Per dimenticare. - Disse lui, con un gran sospiro.
- Per dimenticare cosa? una donna?
- Mah, - fece lui - chi se ne ricorda ...
Mi alzai, pagai i due rum e tornai alla stazione.
6.00 (Evocativo)
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