Storie d'Egitto - III. Oltre Wawat, il racconto del naufrago

Anno 2011
Editore PCI Editore
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Oltre Wawat, il racconto del naufrago (XI dinastia)

            Il saggio servitore disse, "Che il tuo cuore sia soddisfatto, o mio signore, poiché siamo tornati al nostro paese; dopo aver navigato e remato tanto, la prora, infine, ha toccato terra. Tutti si rallegrano e ci abbracciano. Siamo tornati in buona salute e nessuno è in difficoltà. Sebbene ci siamo spinti oltre i limiti di Wawat, fino alla terra di Senmut, siamo tornati in pace e eccoci di nuovo nella nostra terra. Ascoltami, mio signore; lavati e getta l'acqua fuoribordo; poi vai e racconta la tua storia a sua maestà."

            Poi aggiunse un ammonimento: "Hai il cuore colmo di parole vagabonde! bada: la bocca di un uomo può salvarlo, ma le sue parole possono anche coprirgli il viso di vergogna. Dunque non riversare le parole secondo gli impulsi del cuore; ciò che devi dire, dillo con tranquillità."

            Il marinaio rispose, "Ora ti dirò ciò che mi è accaduto, proprio a me, quando andai alle miniere di Faraone con una nave di centocinquanta cubiti di lunghezza e quaranta cubiti di larghezza; avevo centocinquanta marinai, fra i migliori d'Egitto, che avevano visto cielo e terra e coi cuori più forti dei leoni.

            Ci avevano detto che i venti non sarebbero stati contrari o che non ce ne sarebbero stati affatto ma, proprio mentre ci stavamo avvicinando a terra, il vento si alzò e sollevò onde alte otto cubiti. Io caddi in mare e riuscii ad afferrare un pezzo di legno, ma quelli che rimasero sulla barca perirono tutti.

            Una grande onda mi gettò su di un'isola e rimasi tre giorni da solo, senza nessuno vicino a me. Mi gettai nel folto di un boschetto, nascosto nell'ombra, poi mi alzai per andare in cerca di qualcosa da mangiare. Trovai fichi e uva, tutti i tipi di piante commestibili, bacche e cereali, meloni di tutti i tipi, pesci e uccelli. Non mancava nulla. Così mi saziai e posai per terra gli avanzi. Scavai una buca, accesi un fuoco e feci un'offerta agli dèi.

            Improvvisamente udii come un rumore di tuono, che credetti fosse un'onda del mare. Gli alberi tremarono e la terra si mosse. Alzai lo sguardo e vidi un serpente che strisciava verso di me. Misurava almeno trenta cubiti e aveva una barba di due cubiti di lunghezza; aveva il corpo del colore del puro lapislazzuli, striato d'oro. Si attorcigliò, poi, mentre io mi prostravo faccia a terra dinanzi a lui, aprì la bocca e disse, 'Cosa hai portato, cosa hai portato, piccolino, cosa hai portato? se non mi dici alla svelta cosa hai portato su quest'isola ti farò svanire come una fiamma, se non mi dici qualcosa che non ho mai sentito o che non conosco.'

            Poi mi prese in bocca, mi portò nella sua dimora e mi posò a terra senza farmi alcun male. Ero sano e salvo. Poi, mentre io stavo prostrato, faccia a terra dinanzi a lui, aprì di nuovo la bocca e disse, 'Cosa hai portato, cosa hai portato, piccolino, cosa hai portato su quest'isola del mare, sulle cui rive si frangono le onde?'

            Così risposi, stendendo le braccia dinanzi a lui, 'Ero imbarcato per recarmi alle miniere, per ordine di sua maestà, su una nave lunga centocinquanta cubiti e larga quaranta. Avevo centocinquanta marinai, i migliori d'Egitto, che avevano visto cielo e terra, dai cuori forti come leoni. Ci avevano detto che i venti non sarebbero stati contrari o che non ce ne sarebbero stati affatto. Ognuno superava l'altro in prudenza di cuore e forza di braccio e nessuno era meno valoroso di un altro.

            Venne una tempesta mentre eravamo per mare. Difficilmente avremmo potuto raggiungere la riva quando il vento montò e le onde diventarono alte fino a otto cubiti. Quanto a me, fui sbalzato in mare e riuscii ad aggrapparmi a un pezzo di legno, mentre tutti quelli che erano sulla nave perirono, non ho più visto nessuno per tre giorni. Adesso sto dinanzi a te, poiché fui gettato su quest'isola dalle onde del mare.'

            Allora lui disse, 'Non temere, non temere, piccolino, e non essere triste. Se sei venuto da me, Dio ha voluto che tu vivessi. Poiché è lui che ti ha gettato su quest'isola benedetta dove non manca niente, piena di ogni ben di dio. Ecco, passeranno i mesi, uno dopo l'altro, resterai quattro mesi su quest'isola, poi verrà una nave del tuo paese e tu te ne andrai con loro, tornerai nel tuo paese e morirai nella tua città.

            Conversare è gradevole, conversando si dimentica la propria miseria. Ti dirò cosa c'è in quest'isola. Io vivo qui coi miei fratelli e i miei figli, siamo settantacinque serpenti, fra bambini e parenti, senza contare una ragazza che fu portata qui per caso, poi scese un fuoco dal cielo e morì incenerita. Quanto a te, se sei forte e se aspetti pazientemente, potrai stringere i tuoi figli al petto e abbracciare tua moglie. Tu tornerai alla tua casa, che è piena di ogni ben di dio, rivedrai la tua terra, dove vivrai assieme ai tuoi simili.'

            Allora m'inchinai, in segno di obbedienza, toccando il suolo dinanzi a lui e dissi, 'Ricorda ciò che ti dico. Parlerò di te a Faraone, descriverò la tua grandezza e ti porterò sacri oli, profumi e l'incenso dei templi nei quali sono onorati gli dèi. Dirò ciò che ho visto qui e ti saranno rese lodi per tutta la terra. Ti immolerò asini in sacrificio, spennerò gli uccelli e ti porterò navi cariche di tutti i tesori d'Egitto, così come si conviene a un dio, un amico degli uomini in terre lontane che gli uomini ignorano.'

            Lui sorrise al mio discorso, 'Tu non sei ricco di profumi, disse, poiché non hai che comune incenso. Quanto a me, io sono principe della terra di Punt e ho una grande quantità di profumi. Ma quando sarai partito da qui, non vedrai più quest'isola, poiché sarà trasformata in onde.

            Quando la nave si avvicinò, secondo quanto aveva detto il serpente, salii su un albero alto per vedere meglio chi veniva nella nave. Andai a dirglielo, ma lo sapeva già.

            Allora mi disse, 'Addio, addio, torna alla tua casa, piccolino, torna a vedere i tuoi figli, e fai che il tuo nome sia onorato nella tua città; questo è il mio augurio per te.'

            Allora mi inchinai dinanzi a lui, a braccia tese, e lui mi dette in dono preziosi profumi di cannella, di legni aromatici, di kohl, di cipresso, incenso in abbondanza, zanne d'avorio, babbuini, scimmie e ogni sorta di cose preziose. Prima d'imbarcarmi sulla nave che era arrivata, m'inchinai e pregai Dio per lui.

            Allora mi disse, 'Ecco, tu sarai al tuo paese in due mesi, stringerai al petto i tuoi figli e, alla fine dei tuoi giorni, sarai deposto in una tomba.'

             Dopodiché corsi sulla riva, verso la nave, e chiamai i marinai di bordo. Poi, sulla spiaggia, resi ancora omaggio al padrone dell'isola e a coloro che dimoravano con lui."

 

            Arrivammo infine alla casa di Faraone, il secondo mese, come aveva detto il serpente, ci appressammo al palazzo e mi presentai dinanzi a Faraone, gli detti i doni che avevo portato dall'isola nel nostro paese e lui mi ringraziò davanti ai maggiorenti della città. Mi assegnò un servitore che mi guidò fra i cortigiani del re.

            Il re mi prese a benvolere, dopo che gli ebbi mostrato e provato tutto ciò che gli avevo raccontato. Mi ha ascoltato, poiché chi è assennato ascolta il popolo, e mi disse, "Diventa saggio e sarai onorato." E ecco, lo sono diventato.

            Questo è ciò che mi accadde, dall'inizio alla fine. Si può anche trovare in un papiro, stilato dalle dita abili dello scriba Ameni-amen-aa; vita, ricchezza e salute a lui!

 

 

 

Note a oltre Wawat

 

            In questo storia, attribuita al periodo della IX dinastia, che termina duemila anni prima dell'era volgare, incontriamo due topoi della letteratura fantastica: l'isola che nasce dal mare e che poi scompare nei flutti e il racconto del marinaio che ha visitato luoghi fantastici, prototipo dei Sindbad, dei Gulliver, ecc.

            Per la miglior comprensione di questo racconto, è utile dare qualche ragguaglio sul cubito, una delle misure di lunghezza maggiormente diffuse nell'antichità.

            Un cubito corrispondeva alla lunghezza ideale dell'avambraccio, dal gomito fino alla punta del dito medio; infatti l'ulna, uno degli ossi dell'avambraccio, è chiamato anche cubito.

            La misura precisa variava a seconda dei paesi; in Egitto il cubito era pari 44,7 centimetri, mentre il cubito reale egizio misurava 52,3 centimetri.

            Per pura curiosità ricordiamo che il cubito romano era 44,4375 centimetri e quello ebraico 44,45 centimetri; il che potrebbe significare che gli egiziani erano più alti o che avevano le braccia un po' più lunghe.


8.00 (Storico)

Grandepuffo
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