Storie d';Egitto - IV. Le avventure di Sanehat

Anno 2011
Editore PCI Editore
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Le avventure di Sanehat (XII dinastia)

 

            Il principe ereditario, guardasigilli reale, confidente fraterno, giudice, custode dei confini, vero, amato e riconosciuto membro della real corte, Sanehat disse:

            "Ho servito il mio signore come attendente, appartengo alla casa della principessa ereditaria, la grande favorita, la regina Ankhet-Usertesen, che divide la dimora col principe Amenemhat a Kanefer.

            Nel trentesimo anno, nel mese di Paophi, il settimo giorno che il dio è entrato nel suo orizzonte, il re Sehotepabra è volato in cielo e si è unito al disco solare; il devoto del dio ha raggiunto il suo fattore.

            Il palazzo è in lutto, silenzioso, i grandi cancelli chiusi, i cortigiani prostrati a terra, il popolo in silenzioso cordoglio.

            Sua maestà aveva mandato una grande armata di nobili contro la terra dei Temehu (Libia), suo figlio ed erede, il buon re Usertesen, li guidava. Adesso stava ritornando, con prigionieri e bestiame senza fine. I consiglieri di palazzo avevano mandato un messaggero a occidente per riferire al re gli ultimi avvenimenti. Il messaggero lo avrebbe dovuto incontrare a metà strada e raggiungerlo prima di sera, poiché la faccenda era urgente.

            "Un falco si è librato in aria col suo seguito." Questo disse.

            Usertesen non disse nulla all'esercito, neppure ai principi comandanti dell'esercito, tacque con tutti. Ma io ero vicino e lo sentii parlare; così fuggii. Avevo il batticuore, mi sentivo cedere le braccia, tremavo tutto. Cercai un posto per nascondermi, m'infilai fra due cespugli e attesi che tutto l'esercito passasse.

            Poi mi diressi a sud, non desiderando tornare a palazzo, credo che non avessi neppure più voglia di vivere dopo la morte del sovrano. Voltai le spalle al sicomoro, raggiunsi Shi-Seneferu e mi fermai in campo aperto.

            Al mattino m'incamminai e raggiunsi un uomo che passava a lato della strada; ebbe paura di me e implorò pietà. Verso sera mi trovai vicino a Kher-ahau [il vecchio Cairo] e attraversai il fiume su una zattera senza timone.

            Spinto dai venti occidentali, superai le miniere di Aku, verso oriente, e la terra della dea Hathor, signora della montagna rossa [Gebel Ahmar]. Poi fuggii a piedi verso nord e raggiunsi le mura del Principe, costruite per respingere i Sati. Mi rintanai in un cespuglio per timore di essere visto dalle guardie di ronda sulla fortezza. Ripresi il cammino di notte e, al nascere del giorno, raggiunsi Peten e mi diressi verso la valle di Kemur.

            All'improvviso fui sopraffatto dalla sete; mi sentivo la gola riarsa, mi sembrava di soffocare e pensai, "Questo è il sapore della morte."

            Quando riuscii a rinfrancarmi e raccolsi le forze residue, udii voci e i muggiti di una mandria. Vidi uomini Sati e uno di loro, un amico che mi ero fatto in Egitto, mi riconobbe. Mi dette acqua e latte bollito e mi portò al suo accampamento. Mi fecero del bene; poi da una tribù passai a un'altra. Andai verso Sun e raggiunsi la terra di Adim [Edom].

            Dopo avervi dimorato per sei mesi, Amu-an-shi, il principe di Tenu Alta, mi chiamò e disse, "Vieni a stare da me, tu che parli la lingua degli egizi." Mi disse così perché conosceva la mia reputazione e aveva sentito parlare del mio valore da egizi che si trovavano lì e che portarono buona testimonianza di me. E mi disse ancora, "Perché sei venuto qui? È successo qualcosa a palazzo? Il re delle due terre, Sehotepabra, è forse andato in paradiso?"

            Ma io dissimulai e risposi, "Quando fuggii dalle terre dei Tamahu, non era per rimorso che presi la via della fuga; non avevo errato nei miei doveri, la mia bocca non aveva pronunciato alcuna parola aspra, non avevo ascoltato cattivi consigli, il mio nome non era andato in bocca ai magistrati. Non so cosa mi abbia guidato in questa terra."

            Amu-an-shi disse, "Sia fatta la volontà del dio (il re d'Egitto), tutti conoscono quel dio eccelso, temuto in tutte le terre straniere come si teme Sekhmet in un anno di pestilenza."

            Allora gli dissi, "Perdonami, ti dirò la verità, per quel che so: il figlio del re Sehotepabra ora entra nel palazzo e ha ricevuto l'eredità di suo padre. È un dio, come non ve ne sono altri e nessuno gli è superiore. È maestro di saggezza, prudente nei progetti, eccellente nei decreti, benevolente verso chi viene e chi va; ha sottomesso le terre straniere quando suo padre ancora viveva nel palazzo e gli rendeva conto degli ordini che riceveva.

            È un uomo coraggioso, che colpisce con la spada, un prode senza eguali, assalta i barbari e li distrugge, spezza i corni e indebolisce le mani; coloro che colpisce non alzano più lo scudo. È senza paura, con un solo colpo stacca le teste dal tronco, nessuno può sostenere la sua forza. È rapido di piede per annientare chi fugge; nessuno di coloro che scappano riesce a raggiungere la propria casa. Il suo cuore è il più forte della sua epoca; è un leone che colpisce con gli artigli e non ha mai mostrato la schiena.

            Il suo cuore si chiude alla pietà e, delle moltitudini di nemici, non lascia nessuno in vita. È un  valoroso che attacca chi resiste, è un guerriero che gioisce incalzando i barbari. Afferra lo scudo e corre in avanti, non colpisce mai una seconda volta, uccide e nessuno fa in tempo a scagliare la lancia. Quando prende l'arco i barbari fuggono come cani; poiché la grande dea gli ha dato potere di colpire coloro che non la onorano e, se li raggiunge, non ne risparmia nessuno, non lascia nessuno dietro di sé.

            È un amico di grande dolcezza, che sa come conquistare l'amore, il suo popolo lo ama più di se stesso, esulta per lui più che per gli dèi; uomini e donne accorrono alla sua chiamata. È un re che ha governato sin dalla nascita, ha accresciuto la popolazione, un essere unico, un'essenza divina, dal quale la sua terra è lieta di essere governata. Amplia le frontiere verso meridione, ma non desidera le terre del nord, non colpirebbe i Sati, né disperderebbe i Nemau-shau. Lascia che conosca il tuo nome e la deferenza che gli porti; poiché lui non rifiuta di benedire la nazione che gli obbedisce."

            Lui mi rispose, "L'Egitto è davvero felice e ben governato. Tu ne sei originario e, dal momento che ora sei con me, ti farò del bene."

            Così mi mise al di sopra dei suoi figli, mi fece sposare sua figlia maggiore e mi fece scegliere, fra tutte le sue terre, la migliore che aveva: una bella terra, chiamata Laa, che produce fichi e uva, il vino è comune quanto l'acqua, abbondante il miele, molte le olive e gli alberi sono pieni di tutti i tipi di frutta; ci sono orzo e frumento e bestiame di ogni tipo, senza fine. Tutto ciò mi aveva assicurato quando mi investì e mi fece principe di una delle tribù più importanti del suo paese. Ogni giorno avevo sempre la mia porzione di pane e vino, di carne e pollame arrostito, come pure di selvaggina che catturavo o che mi portavano, oltre a quella catturata dai miei cani, mi preparavano burro e latticini di ogni tipo.

            Trascorsero molti anni, i figli che avevo avuto divennero grandi, ognuno governava la sua tribù. Quando un messaggero andava o veniva da palazzo, allungava la strada per venire da me, perché aiutavo tutti. Davo acqua agli assetati, mettevo sulla retta via gli smarriti e soccorrevo i derubati. Dirigevo le manovre dei Sati che andavano lontani a combattere i capi di altre terre, poiché il principe dei Tenu mi elesse generale dei suoi soldati.

            In ogni terra che attaccavo ero il campione, prendevo gli armenti, allontanavo i vassalli, trascinavo gli schiavi, uccidevo con la spada e con l'arco; conquistavo con marce e stratagemmi. Ero diletto al cuore del principe; lui mi amò quando conobbe il mio valore e mi mise al di sopra dei suoi figli quando vide la forza del mio braccio.

            Un campione dei Tenu venne un giorno nella mia tenda a sfidarmi; un ardito senza eguali, che aveva sconfitto tutto il paese.

            Disse, "Che Sanehat combatta contro di me." Pensava di sconfiggermi e di prendere il mio gregge per la sua tribù.

            Il principe si consultò con me. Io dissi, "Non lo conosco. Non ho mai avuto a che fare con lui. Ho mai aperto la sua porta o saltato al di là del suo recinto? È solo invidioso di me. Crede forse che io sia come un giovenco fra le mucche, che i tori abbattono facilmente? Vediamo se è solo uno stolto che crede di arricchirsi alle mie spalle o un Bedawi che sa combattere; diamo la parola ai fatti. Un vero toro ama la battaglia, solo i vanagloriosi voltano le spalle per timore della lotta; se lui ha cuore per combattere, lascialo fare."

            Mi coricai e, dopo che ebbi riposato, tesi la corda dell'arco, costruii le frecce, sciolsi il pugnale, lucidai le armi.

            All'alba venne tutta la gente dei Tenu, si erano radunate tutte le tribù e erano stati invitati i popoli vicini, non si parlava d'altro che della sfida. Ogni cuore bruciava per me, uomini e donne gridavano, poiché ogni cuore era in pena per me, e dicevano, "C'è qualche valoroso che vorrebbe battersi con lui? Ecco l'avversario ha uno scudo, un'ascia da battaglia e una bracciata di giavellotti."

            Io gli andai incontro all'attacco; gli colpii la faretra e tutte le frecce si rovesciarono a terra, inutili. Una cadde vicino a me, allora la tesi e la scoccai: gli penetrò nel collo. Lui gridò e cadde sulla faccia; presi la sua lancia e gliela conficcai nel dorso col mio grido di vittoria.

            Tutti si rallegrarono; io e i suoi vassalli, che lui aveva oppresso, rendemmo grazie a Mentu. Il principe Amu-an-shi mi abbracciò.

            Poi presi i suoi beni e le sue bestie: ciò che avrebbe voluto fare a me lo feci a lui; presi ciò che era nella sua tenda e la distrussi.

            Man mano che il tempo passava incrementavo la mia ricchezza e il numero delle mie bestie.

 

Supplica al re d'Egitto.

            "E ora, ecco cosa avevano fatto gli dèi per me, che avevo sempre confidato in loro. Una volta ero un fuggiasco, eppure ora c'é chi garantisce per me a palazzo. Ero un disertore e ora tutti, a palazzo onorano il mio nome. Stavo per morire di fame e ora do pane a tutti. Ho lasciato la mia terra nudo, oggi sono vestito di stoffe pregiate. Dopo essere stato un vagabondo senza servitori, oggi ho molti servi. La mia casa è bella, la mia terra vasta, la memoria del mio nome è salda nei templi di tutti gli dèi.

            Ora vorrei che la mia fuga ottenesse il tuo perdono, che possa stabilirmi a palazzo, che possa rivedere i luoghi ove il mio cuore dimora. Sarebbe grande cosa che il mio corpo potesse essere imbalsamato nella terra nella quale nacqui! Ritornarvi è la felicità. Ho fatto offerte a dio per poter tornare. Il cuore di chi è in terra straniera patisce. Ascolta la preghiera di colui che è lontano, che vorrebbe vedere ancora il paese natale che ha abbandonato.

            Possa il re d'Egitto essere clemente con me, sì da ottenere il suo favore e poter rendere omaggio alla signora del paese, che è nel suo palazzo; possa io avere notizie dei suoi figli, sì che le mie membra tornino ancora giovani. La vecchiaia incombe su di me, la debolezza mi afferra, gli occhi mi pesano, le braccia s'indeboliscono, le gambe non si muovono, il mio cuore rallenta. La morte porta la notte su di me e presto mi guiderà verso la città dell'eternità. Fai che io possa onorare la signora di tutti, oh, lasciami lodare l'eccellenza dei suoi figli; che lei possa darmi l'eternità."

            Allora la maestà del re Usertesen, che benedetto sia, si pronunciò a proposito del desiderio che gli avevo espresso. Sua maestà mi mandò doni, che allargarono il cuore del suo servo che dimorava nella provincia straniera, e i principi, che erano a palazzo, si rivolsero a me.

 

Copia del decreto che mi fu portato - proprio a me, che vi parlo - per farmi tornare in Egitto.

            "Horus, colui che dà la vita, signore delle corone, vita dei viventi, re dell'Alto e Basso Egitto, Usertesen, figlio del Sole, Amen-em-hat, che vive in eterno.

            Ordine per il nobile Sanehat. Ecco quest'ordine del re ti è dato per farti conoscere il suo volere.

            Tu che sei andato in terre straniere, da Adim a Tenu, da una terra all'altra, secondo quanto ti diceva il cuore; ecco, cosa hai fatto o cosa ti è stato fatto di male? Tu non l'hai mai detto; la parola non ti fu negata, ma tu non parlasti all'assemblea dei nobili, anche se lo desideravi. Ora, perciò, che ci hai ripensato, non cambiare di nuovo idea; poiché la regina, che sta a palazzo, è rifiorita e si rallegra come nessun altro nel regno e i suoi figli sono con lei.

            Lascia tutte le tue ricchezze. Quando tornerai in Egitto, vieni a palazzo e quando entrerai a palazzo, chinati col volto a terra dinanzi alla Grande Casa; tu sarai primo fra i tuoi pari. Giorno dopo giorno, diverrai vecchio, il tuo vigore sparirà e penserai al giorno della tua sepoltura. Raggiungerai lo stato beato; ti benderanno partendo dalle mani, la notte che ti ungeranno con l'olio dell'imbalsamazione. Seguiranno il tuo funerale e onoreranno la tua tomba il giorno della sepoltura, in una cassa dorata, il capo tinto col blu, i canopi di legno di cipresso su di te. I buoi ti porteranno, ti precederanno i cantori e ci sarà chi ballerà le danze funebri. Le prefiche, inginocchiate alla porta della tua tomba, grideranno le preghiere delle offerte, immoleranno vittime per te alla porta della tua tomba e la tua piramide sarà scavata nella pietra bianca, in compagnia dei principi reali. Così non morirai in terra straniera, non sarai sepolto dagli Amu, non ti avvolgeranno in una pelle di pecora per seppellirti; tutti batteranno la terra e si lamenteranno sul tuo corpo quando andrai nella tomba."

            Quando mi arrivò quest'ordine, ero in mezzo alla mia tribù. Quando me la lessero, mi rotolai nella polvere, mi gettai la rena nei capelli, entrai nella mia tenda, pieno di giubilo, e dissi, "Com'è possibile che una tal cosa possa accadere al servo, colui che, con cuore ribelle, fuggì in terre straniere? La pietà del re, con questa autorevole delibera, mi ha salvato dalla morte, fino alla fine dei miei giorni vivrò a palazzo.

 

Copia della risposta all'ordine. 

            Il suddito Sanehat dice: in pace assoluta, a proposito della sua fuga, fatta nella sua ignoranza: tu, il buon dio, signore delle due terre, amato da Ra, favorito di Mentu, il signore di Tebe e di Ammone, signore dei troni delle nazioni di Sobek, Ra, Horus, Hathor, Atmu e degli dèi suoi compagni, di Sopdu, Neferu, Samsetu, Horus, signore dell'oriente e degli dèi delle acque, di Min, Horus del deserto, Urrit, signora di Punt, Nut, Harnekht, Ra, tutti gli dèi della terra d'Egitto e delle isole del mare.

            Che tu abbia vita e sia pace alle tue narici,

            che tu possa essere carico di doni,

            che tu abbia l'eternità senza fine,

            l'immortalità senza limiti.

            Possa accrescersi nei deserti il timore di te.

            Possa tu dominare il corso del disco solare.

            Questa è la preghiera dell'umile servo, che si è salvato in terra straniera, al suo maestro.

            O re saggio,

            il tuo umile servo teme di ripetere le sagge parole che hai pronunciato nell'assennatezza della tua maestà.

            È gran cosa da ripetere.

            O grande dio, simile a Ra nell'adempiere ciò che lui ha fatto con la sua mano,

            chi sono io perché tu abbia potuto pensare a me?

            Sono forse fra coloro dei quali ti curi e che benefichi?

            La tua maestà è come Horus, e la forza del tuo braccio si estende su tutte le terre.

            Allora che la tua maestà ascolti Maki di Adma, Kenti-au-ush di Khenti-keshu, e Tenus dalle due terre del Fenkhu;

            questi principi possono testimoniare tutto ciò che è successo, lontano dal tuo amore.

            Ecco, la fuga non era nel mio cuore;

             è stato come quando un uomo è costretto da un sogno,

            come quando un uomo di Adehi (Delta) si vede ad Abu (Elefantina),

            come quando un uomo della fertile pianura egiziana si vede nel deserto.

            Non avevo paura,

            non c'era chi mi incalzasse,

            non sospettavo un complotto malvagio,

            Nessun magistrato aveva pronunciato il mio nome,

            eppure le mie gambe si mossero, i miei piedi vagarono, il mio cuore mi guidò;

            il mio dio mi comandò di fuggire e m'indicò la direzione,

            ma io non sono ribelle.

            Può un uomo temere la sua stessa terra?

            Ra stende il timore di te sulla terra,

            il terrore di te in ogni terra straniera.

            Eccomi ora nel palazzo,

            eccomi di nuovo nel palazzo e ecco!

            tu sei colui che sta sopra ogni orizzonte;

            il sole sorge a tuo piacimento,

            per voler tuo si beve l'acqua dei fiumi,

            i venti in cielo soffiano al tuo comando.

            Io, che parlo a te, lascerò i miei beni alle generazioni che mi seguiranno in questa terra. E dico al tuo messaggero, che la tua maestà faccia come gli piace, perché si vive per il fiato che tu dài. O tu beneamato di Ra, di Horus, di Hathor e di Montu, signore di Tebe, che le tue auguste narici vivano per sempre.

            Ho fatto una festa a Laa, per cedere tutti i miei beni ai miei figli. Il maggiore guida la mia tribù, tutti i miei beni saranno suoi; gli do il mio grano e le mie greggi, i miei alberi da frutto e i miei alberi deliziosi.

            Quando ho preso la via per il sud e sono arrivato alle strade di Horus, la guardia che era nella garitta ha mandato un messaggero a palazzo a dare la notizia. Sua maestà ha inviato il buon sovrintendente dei contadini del suo dominio e le navi erano cariche di doni del re per i Sati, che mi aveva accompagnato fino alle strade di Horus. Io parlai a ognuno, chiamandolo per nome, e distribuii i doni, come era stato designato. Ricevetti e ricambiai i saluti e continuai così fino alla città di Thetu.

            Quando la terra s'illuminò e iniziò il nuovo giorno, quattro uomini vennero con un invito e mi guidarono a palazzo. Salutai prostrandomi con entrambe le mani a terra; i principi mi attendevano nel cortile per scortarmi, i cortigiani che erano lì mi guidarono fino alla sala reale.

            Trovai sua maestà sul grande trono nella sala di oro pallido. Mi gettai a terra; il dio, alla cui presenza ero, non mi riconobbe. M'interrogò cortesemente, ma io ero come cieco, lo spirito mi venne meno, mi caddero le braccia, non sentivo più il cuore in petto e conobbi la differenza fra la vita e la morte.

            Sua maestà disse a uno dei suoi compagni, "Alzatelo, che parli con me." Poi disse, "Ecco, sei arrivato, hai camminato nei deserti, hai vagabondato. Sei deperito, la vecchiaia ti ha raggiunto, non passerà molto che il tuo corpo sarà imbalsamato e il Pedtiu ti seppellirà. Tu te ne stai muto e non parli; di' il tuo nome, è la paura a farti tacere?"

            Io risposi, "Sì, ho paura, cosa ha chiesto il mio signore che io possa risponderti? Non ho chiamato su di me la mano di dio, ma il mio corpo è terrorizzato, come chi è destinato a morire subito. Ora, ecco, io sono dinanzi a te; tu sei la vita; che la tua maestà faccia ciò che vuole."

            I principi furono introdotti e sua maestà disse alla regina, "Ecco, Sanehat, è tornato come un Amu dei Sati."

            Lei gridò ad alta voce e i principi dissero a una voce a sua maestà, "In verità non è lui, o re, mio signore."

            Disse sua maestà, "È davvero lui."

            Poi presero le loro collane, i loro bastoni, i loro sistra, li presentarono dinanzi a sua maestà e cantarono, "Possa tu prosperare, o re,

            possano gli ornamenti della Signora del Cielo durare in eterno.

            Possa la dea Nub dar vita alle tue narici,

            possa la signora delle stelle favorirti quando navighi a meridione e a settentrione.

            Tutta la saggezza è nella bocca della tua maestà;

            l'ureo è sulla tua fronte,

            tu guidi il misero.

            Tu sei pacifico o Ra, Signore delle terre.

            Forte è il tuo corno.

            Tu fai volare la tua freccia.

            Dài il respiro a chi manca,

            cose buone al pellegrino.

            Samehit l'arciere, nato in Egitto, fugge

            e lascia questa terra perché ti teme.

            Non far sbiancare chi contempla il tuo aspetto,

            non spaventare l'occhio di chi ti guarda."

            Disse sua maestà, "Che Sanehat non tema, che sia libero dal terrore. Lui sarà un amico del re fra i nobili e sarà ammesso nel circolo dei cortigiani. Andate nella stanza della preghiera a invocare la salute su di lui."

            Quando uscii dal palazzo, i principi mi offrirono la mano; camminammo fino ai Grandi Cancelli. Fui ospitato nella casa di un principe, colma di delicatezze, un luogo fresco, pieno di prodotti del granaio, tesori della Casa Bianca, vestiti del guardaroba reale, incensi: i più leggiadri profumi in ogni stanza. Ogni servitore adempiva al suo ufficio. Mi caddero di dosso molti anni: mi rasai e mi tagliai i capelli. La sporcizia l'avevo tolta nel deserto coi vestiti del Nemau-sha.

            Mi vestii con lino prezioso, mi unsi col miglior olio d'Egitto, non più con olio d'oliva, e mi stesi sul letto, non più sulla sabbia.

            Mi fu data la casa che era appartenuta a un amico del re, colma di ottime cose. Tutti gli accessori di legno erano stati rinnovati. Mi portavano i pasti da palazzo tre e quattro volte al giorno; oltre ai regali che i principi mi portavano in continuazione.

            Mi costruirono una piramide di pietra in mezzo alle altre piramidi. Il sovrintendente degli architetti la misurò, il capo tesoriere annotò il prezzo, i sacri muratori tagliarono il pozzo, il capo dei manovali delle tombe procurò i mattoni; tutto per costruire un edificio solido.

            Mi furono assegnati contadini e campi intorno alla casa, mi fu costruito un giardino, come si fa per gli amici del re. La mia statua fu intarsiata d'oro, con la cintura di oro pallido. Sua maestà ordinò tutto ciò.

            Tutto questo non si fa per un uomo di basso livello.

            Possa io rimanere nel favore del re fino al giorno della mia morte.

 

            (Questo è tutto, dall'inizio alla fine e si trova negli scritti.)

 

 

 

Note alle avventure di Sanehat

 

            Le avventure di Sanehat hanno, molto probabilmente, radici storiche. È possibile che Sa-neath, nome che significa "figlio del sicomoro", fosse figlio di una concubina di Faraone e che, alla morte del padre, il faraone Sehotepafra, temesse il fratellastro Usertesen, erede legittimo, che avrebbe potuto vedere in lui un potenziale rivale.

            Effettivamente il comportamento di Usertesen è ambiguo: alla notizia della morte del padre, non dice nulla a nessuno, neppure ai suoi fratelli che, in quel momento, combattono assieme a lui; Sanehat, che è presente e sente, per caso, le parole del messaggero, si spaventa e fugge.

            Sanehat diserta, dunque, e fugge in Siria; il fatto di essere egiziano, di appartenere, quindi alla più potente nazione dell'epoca, lo favorisce; segno che gli egizi erano forse temuti, ma non odiati. Anche greci e romani, che pure conquistarono l'Egitto, mantennero sempre un profondo rispetto per il paese africano e per la sua cultura millenaria. Se, ai giorni nostri, un disertore dell'esercito degli Stati Uniti in Iraq o in Afghanistan non rimarrebbe vivo per più di quaranta minuti, un motivo ci sarà.

            Comunque sia, in vecchiaia Sanehat sente nostalgia del proprio paese e desidera ritornare e esservi seppellito col rito egiziano.

            Questa seconda parte del racconto è interessante perché ci permette di apprendere alcune abitudini degli egizi e dei popoli asiatici loro vicini.

            Leggiamo, per esempio, che Sanehat non viene riconosciuto, non solo per via dell'età, ma perché ha barba e capelli lunghi, mentre gli egizi si radevano e portavano corti i capelli. Sanehat c'informa anche che gli asiatici erano soliti ungersi il corpo con olio d'oliva (costume pure dei greci), mentre in Egitto si usava ungere i corpi con olio profumato che sappiamo, da altre fonti, essere olio di ricino (utilizzato anche in Italia nella prima metà del secolo appena scorso, con altre finalità) aromatizzato con varie spezie. Interessante è anche sapere che i popoli semitici seppellivano i loro morti avvolti in pelli di pecora.

            Da un punto di vista letterario, come già nella storia del contadino e del bracciante, il culmine è rappresentato dall'arte oratoria.

            Qualche ragguaglio su alcune parole:

Bedawi, beduino arabo.

Pedtiu, musici e danzatori che, fra le altre cose, accompagnavano il morto nel suo ultimo viaggio.

Sati, così erano detti i popoli asiatici dagli egizi.

Sistro (pl. sistra), antico strumento a percussione sacro alla dea Iside, formato da un manico sormontato da sonagli metallici, usato in danze e riti religiosi.

Ureo,il cobra stilizzato raffigurato sul copricapo del Faraone, serpente sacro alla dea Udajet. Era simbolo di regalità, rappresentava la forza del faraone e aveva il potere di proteggerlo sputando fuoco sui nemici.

Corna, oggi potrà sembrare comico magnificare le corna di un sovrano, ma anticamente le corna erano simbolo di abbondanza, fertilità e di potenza. Uno degli epiteti di Alessandro il Macedone era, appunto, "Alessandro Bicorne".

Narici, anche i frequenti riferimenti alle narici del Faraone oggi potrebbero far sorridere (soprattutto pensando al famoso naso di Cleopatra); tanta attenzione era dovuta alla credenza che dalle narici uscisse l'anima.


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